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Anno 1972 - I edizione
"Natale nel mondo"
Cliccando sulle foto potrai vedere le immagini ingrandite Realizzato nell'area ricavata dalla demolizione della curt d'Assisi adiacente alla chiesa parrocchiale, questo primo presepio stupisce tutti per la novità e la vastità della superficie che ricopre. Ecco la storia, arricchita da molti aneddoti… Un articolo pubblicato da Catia Comi sull'informatore parrocchiale Il Venegonese, che da un anno esce nella sua nuova veste grafica come inserto del mensile diocesano Il Segno, così descrive la nascita del Presepio vivente: "Forse è nato così da un'idea appena sussurrata, da una di quelle idee che non lasciano tempo a riflessioni o ripensamenti e ci si ritrova lì tutte le sere alle prese con travi, calce, chiodi, impalcature ed altri e svariati materiali…".
La frase sintetizza perfettamente lo spirito che anima un gruppo di giovani e non nell'affrontare l'avventura di questa prima edizione. I primi passi Raccolto l'entusiasmo iniziale di molte persone, ci si trova però di fronte a problemi più pratici quali la scelta del tipo di costruzione, quali mezzi utilizzare, che materiale impiegare.
Per non pesare sulle finanze parrocchiali ci si appoggia alla Società Ginnastica Arcobaleno il cui Consiglio accetta di sostenere l'iniziativa, mentre l'impresa edile di Tenti e Cremona si offre per la fornitura del materiale da costruzione (non a caso Carlo Cremona, uno dei titolari, è anche presidente dell'Arcobaleno).
Risolto il problema della disponibilità dei mezzi, rimane da affrontare quello di come realizzare il presepio e di cosa proporre ai visitatori. L'inesperienza e la novità dell'iniziativa non sono certo di aiuto. La scenografia Si decide infine di costruire una struttura in tubi da ponteggio in cui trovino
spazio la Natività, un panorama palestinese e alcuni quadri in cui sistemare
scenografie simboliche dello spirito del Natale. Per lo studio e la realizzazione
di questi ultimi l'idea è di coinvolgere i gruppi dei giovani dell'oratorio
o che operano in parrocchia.
Il gruppo missionario realizza un presepio di ambientazione africana per significare
la missionarietà del cristiano. I giovani dell'oratorio scelgono di
realizzare un grosso scarpone che richiama al cammino sulla strada dell'amore
che Gesù ci ha indicato. In un altro quadro trova posto un mondo su cui
è proiettata la sagoma di Gesù Bambino che simboleggia la creazione
del mondo e la venuta del Cristo, mentre in un ultimo quadro si decide di ricostruire
un presepio ambientato nel ghiaccio (realizzato in pannelli di polistirolo forniti
dalla ditta Sordelli) per simboleggiare come molti accolgano in modo freddo,
glaciale appunto, la venuta del Messia.
La scenografia è completata da un'alta montagna (sotto la quale è
posizionata la cabina "regia" e quindi chi manovra le luci non ha
la possibilità di vedere l'esterno e opera ad "orecchio"!)
e da un villaggio palestinese con relativo minareto e con case a grandezza naturale.
La realizzazione di questo villaggio, in gran parte opera di Ugo Pertile, richiederà
quattro giorni di lavoro effettuato tutto sotto una pioggia battente che non
concede tregua; per realizzare il panorama palestinese e la montagna vengono
utilizzati dei vecchi tappeti in dotazione alla chiesa parrocchiale che don
Carlo Lucini intende dismettere date le penose condizioni.
Le metodologie utilizzate sono piuttosto primitive. I vari quadri sono sistemati
in grotte realizzate da una struttura portante in filo di ferro rivestita da
vari strati di carta incollati fra loro, mentre per raccordarle e collegarle
viene fatto uso di lana di roccia modellata e dipinta in modo sommario. Gianfranco
Pomarolli ricorderà per parecchio tempo il prurito della lana di roccia
mentre la moglie Antonietta ricorderà gli innumerevoli bucati necessari
a lavare gli indumenti. È facile immaginare le condizioni di chi lavora
al presepio: vestiti intrisi di colore delle più varie tonalità
e dita impiastricciate di colla.
Tutto lo spazio destinato al presepio viene appositamente delimitato da una
recinzione che impedisce la vista dall'esterno, in modo da accrescere il clima
di attesa nei confronti di una realizzazione del tutto nuova per Venegono.
Lo spazio destinato ad accogliere il pubblico è circoscritto da una staccionata
ed il fondo fangoso è reso più agevole con diversi camion di
ghiaia forniti dalla ditta di Fabio Premazzi.
Il numero limitato di braccia, gli imprevisti e l'inesperienza rendono lento
l'avanzamento dei lavori e costringono ad un impegno che si protrae anche nelle
sere dei giorni feriali, oltre che al sabato e alla domenica. Più di
una volta anche don Carlo si presenta sul "cantiere" munito di martello
per dare una mano.
Le condizioni climatiche non sono delle migliori: freddo e nebbia non mancano;
esiste però un punto di ristoro al bar da Carlino dove un camino sempre
acceso e la cordialità della signora Pina attendono gli infreddoliti
lavoratori. Il messaggio La manifestazione viene intitolata Natale nel mondo per racchiudere in poche
parole il lavoro dei molti gruppi parrocchiali che hanno aderito: l'Africa,
i ghiacci dei Poli, la Palestina sono simboli del mondo dove Gesù viene
fatto nascere con l'intento di far meditare il visitatore.
Possiamo, infatti, sicuramente affermare che né in questa né nelle
edizioni future ci si limiterà a "raccontare" la Nascita di
Gesù, ma si cercherà di entrare nel Mistero trasformando la rappresentazione
del Presepe in un momento, seppur umile, di catechesi.
Il discorso guida è realizzato per la prima e purtroppo unica volta da
Valentino Doneda. È la Storia della Salvezza, dalla creazione alla venuta
del Messia, raccontata attraverso alcuni versetti scelti della Bibbia e letti
da Sandro Libralon, collegati e spiegati da una voce guida (lo stesso Valentino
Doneda); l'unica concessione "teatrale" della registrazione è
lasciata alla voce dell'angelo che è interpretata dal piccolo Alessandro
Cremona.
Il testo chiude con un richiamo esplicito al pubblico affinché s'impegni
a favore dei più poveri ("L'invito che il Messia ci rivolge è
quello di camminare sulla strada che Egli ci ha aperto: la via dell'Amore. Questa
strada ci condurrà inevitabilmente verso chi ha bisogno di noi: i missionari
ne sono un esempio vivente…"), un accenno al significato vero del
lavoro fatto per costruire il presepio ("Qualcosa abbiamo fatto: con stracci,
cartaccia e buona volontà abbiamo voluto puntualizzare la nascita, lo
sbocciare di un piccolo grande Bambino…"), e infine una frase di Giovanni
XXIII regala un po' di commozione: "Ecco sono venuto. Mi avete visto. Ho
fissato i miei occhi nei vostri, ho messo il mio cuore vicino al vostro cuore.
Non vi preoccupate eccessivamente per me perché le valigie sono sempre
pronte ed io sono prontissimo a partire.
Il nostro cuore penetra nelle vostre dimore, tutte illuminate dalla calda attesa
della nascita del Salvatore. Vorremmo poterci attardare alla tavola dei poveri,
nelle officine, nei luoghi di studio, vicino al letto degli ammalati e dei vecchi.
A tutti noi vorremmo ripetere le parole dell'angelo: "Vi annuncio una grande
gioia: è nato il Salvatore!" Gli animali del presepio Un lavoro particolarmente delicato è quello di realizzare la stalla
della Natività in cui devono trovare posto i tradizionali animali: il
bue (che poi è e sarà sempre una mucca!) e l'asino sono messi
a disposizione da due contadini venegonesi (rispettivamente Tranquillo Vallini
e Angelo Brunati), che accettano la "trasferta" dopo aver verificato,
per l'incolumità degli animali, che la struttura sia sufficientemente
solida e riparata.
Ogni sera lo stupendo e mansueto asino di nome Romeo viene ricondotto dalle
due mascotte (Sergio Prevedello e Franco Sarti, ragazzini di dieci anni) nella
sua stalla, entrambi cavalcandolo per le vie del paese. La mucca, invece, al
termine delle rappresentazioni viene portata nella sua stalla dal suo proprietario
con la biga attaccata ad un trattore.
Trovano posto, infine, anche alcune pecore e capre (messe a disposizione da
Umberto Ganna di Venegono Superiore) protagoniste di una movimentata fuga dal
recinto, con conseguente "caccia" per ricondurle all'ovile. La stella che scende dal campanile L'entusiasmo per essere riusciti a completare il lavoro con un risultato insperato,
forse migliore di quanto ci si potesse aspettare, fa maturare un'altra idea,
quella di far scendere dal vicino campanile la stella cometa sulla grotta della
Natività.
Il problema della fune di supporto viene risolto da Edo Poretti, mentre quello
dell'illuminazione della stella durante il suo percorso trova soluzione grazie
a Pasquale Cremona che fornisce un cavo di lunghezza adeguata.
Dopo varie prove ci si rende conto che l'azionamento della stella richiede ben
quattro persone: due situate dietro alla grotta e due poste nella cella campanaria.
Le peripezie maggiori vengono così superate e la stella è in grado
di fare bella mostra di sé, assolvendo egregiamente al suo compito. Il Babbo Natale con la slitta "Già che semm a drè - propone qualcuno - perché femm
minga 'l Babbo Natale?".
L'idea piace: si noleggia il costume a Milano e si sceglie Alessandro Limido
(detto Lys) per impersonarlo.
"Sì - incalza qualcun altro - ma come lo presentiamo? A piedi non
sta bene!".
Alcuni amici dispongono di una Fiat 600 non più circolante che potrebbe
servire alla bisogna. I fratelli Bernardino, Costante e Vito Antognazza in poco
tempo ne tagliano la capote, trasformandola in un modello cabriolet, la rivestono
con pannelli di espanso a sembianza di una slitta e vi saldano sulla parte anteriore
un supporto in ferro per sostenere la renna di polistirolo che Massimo Peron
scolpisce da un grosso blocco.
Il risultato è che, nella gelida notte di quel Natale, la gente che esce
dalla chiesa dopo aver assistito alla Messa di mezzanotte trova sul sagrato
una grande slitta dalla quale Babbo Natale saluta e porge gli auguri.
Per le strade di Venegono e dintorni la slitta motorizzata circola per tutta
la notte e Babbo Natale si presenta in alcune case per portare stupore e qualche
piccolo dono ai bambini.
Dopo la nottata in bianco passata per le vie del paese, eccolo di nuovo nel
pomeriggio al Presepio vivente per distribuire dei giocattoli che la Società
Ginnastica Arcobaleno ha deciso di donare ai bambini. Il giorno dell'Epifania La mattina del giorno dell'Epifania viene proposta una marcia non competitiva,
come se ne organizzano parecchie in questi anni, che viene denominata Da Presepio
a Presepio. Il nome deriva dal fatto che la partenza della marcia avviene dal
presepio dei Missionari Comboniani di Venegono Superiore mentre l'arrivo è
situato presso il Presepio vivente di Venegono Inferiore in un ideale collegamento
fra le due iniziative.
Nonostante la stagione ed il clima non propizio, partecipano a questa prima
edizione 108 concorrenti.
Viene anche riproposta una tradizione iniziata nel 1951 e che si era interrotta
nei primi anni '60: un corteo di re Magi a cavallo, con partenza dall'asilo
e arrivo al presepio, reso possibile grazie alla disponibilità di tre
amici che interpretano queste figure tradizionali.
Al termine della preghiera comunitaria guidata da don Carlo Lucini e da don
Terenzio Borra, vengono liberati numerosi colombi forniti dal Gruppo colombofilo
di Tradate. Altri ricordi… La registrazione del discorso guida viene effettuata a casa di Paolo Cairati,
utilizzando un registratore Geloso a bobina di Benito Libralon.
La Sacra Famiglia, i pastori e l'angelo sono impersonati da bambini delle prime
classi elementari, mentre si utilizza una statua di gesso per rappresentare
Gesù Bambino.
Nei primi giorni dell'anno su tutto il presepio cade una leggera nevicata che
dà un tocco poetico al lavoro finale.
Il banchetto che festeggia il completamento del presepio si svolge nella cantina
della casa canonica ed è a base di polenta e baccalà alla vicentina.
Le offerte e le donazioni non permettono di coprire le molte spese sostenute
per attrezzare ex novo questa prima edizione. A fronte delle 584.700 lire raccolte
(301,97 euro), le uscite ammontano a 679.500 lire (350,93 euro); grazie tuttavia
all'intervento della Società Ginnastica Arcobaleno il disavanzo è
appianato e vengono offerte 250.000 lire (129,11 euro) per la costruzione della
Casa della Giovane (questo il nome proposto inizialmente per La Benedetta).
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